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Monte Kazbek: una salita, una Polaroid della vita

Scalare una montagna non è mai solo una questione di metri di dislivello o di altitudine. Ogni salita diventa una metafora, un obiettivo raggiunto, una fotografia interiore. È come una gara di trail o un ultratrail: non si tratta soltanto di competizione, ma di un’istantanea che immortala i nostri pensieri e le nostre emozioni in un preciso momento della vita. Quell’avventura diventa una sorta di segnavia nel corso della vita, associando luoghi a sensazioni ed eventi.

L’alta montagna, come una gara di ultratrail, diventa una bolla in cui il tempo scorre a una velocità diversa, le priorità cambiano, i ruoli nella società vengono azzerati, si crea un piccolo universo che esiste nel momento in cui si affronta un’avventura, un universo che poi si dissolve quando l’avventura termina ma che lascia in noi un segno profondissimo.

La salita al Monte Kazbek (5054 m), in Georgia, per me ha rappresentato proprio questo: lo scattare un’istantanea e vederla pian piano svilupparsi, prendendo forma tra le mani, dando chiarezza ai pensieri, ai ricordi e alle sensazioni, traducendo eventi passati, rileggendo in un’altra chiave decisioni prese o subite.

Da un lato, la voglia di sfidarmi fisicamente non è più quella di un tempo, la forma fisica non è la stessa, e gli impegni di lavoro e di organizzazione delle gare S1 mi hanno spesso allontanato dal contatto con le sfide che un tempo erano parte di me. Dall’altro, la montagna mi ha ricordato chi sono e quanto la ricerca di un limite resti indispensabile per ritrovarsi.

Tutto è nato da un WhatsApp di Marco: “La settimana prossima andiamo a fare una passeggiata sul ghiacciaio”. La mia prima risposta è stata un secco “purtroppo non riesco”, sommerso da impegni, tecnici del fotovoltaico, serramentisti, una settimana lavorativa piena. Inoltre, lui è un ITRA 850 e tutto il suo gruppo è nettamente più forte di me, e certo non ho voglia di mettermi a fare da peso morto a nessuno. Ma poi ho riflettuto su quanto tutti questi impegni fossero veramente vitali. Quante volte la quotidianità ha preso il sopravvento, lasciandomi lontano da quel senso di sfida che mi ha sempre fatto crescere? E così, totalmente d’istinto, ho deciso di partire. “Marco, io vengo, ma con passo escursionistico, promettimi che non tirerete troppo” — “Nessun problema, siamo tutti con l’idea di farci una passeggiata sul ghiacciaio”. Vabbè, un po’ sborone, ma poi alla fine è la persona più alla mano del mondo.

Piccola parentesi tecnica: ero il più lento del gruppo e, pur essendolo, ci abbiamo messo un giorno di acclimatazione in meno del dovuto e meno dei tempi medi di percorrenza in piena estate, pur essendo le condizioni del fondo decisamente proibitive. Quindi non siamo neanche andati piano.

Con Marco, Alice e gli altri ragazzi mi sono sentito subito parte del gruppo. Ed è veramente una cosa rara quando un gruppo già affiatato riesce a trasmettere entusiasmo e senso di appartenenza, come hanno fatto. La prima notte a Stepantsminda (1700 m) è stata veramente traumatica, con il lodge scosso da raffiche di vento che sembravano portarsi via l’edificio, e neve mista ad acqua: condizioni tutt’altro che rassicuranti. Ma le previsioni ci spingevano ad avere fiducia.

La salita verso il campo base è stata graduale. Prima ci siamo fermati all’Alti Hut (3014 m) per il primo pernottamento: un rifugio con tutti i comfort, gestito da una svizzera che, con fare fermo e autoritario ma molto cortese e sorridente, ci ha accolto facendoci subito sentire sulle Alpi “ramponi e piccozze fuori, scarponi nella rastrelliera, prendete le ciabatte e poi sarete i benvenuti” — insomma, un piccolo pezzo di Svizzera in mezzo alla Georgia. Subito siamo saliti fino alla Bethlemi Hut, dove il tempo era ancora peggiore, per poi ridiscendere e passare la notte all’Alti Hut.

La mattina dopo ci siamo svegliati con un cielo limpido e un tempo meraviglioso, temperature nettamente più alte, attorno allo zero, e siamo saliti nuovamente alla Bethlemi Hut (circa 3700 m), ufficialmente il campo base del Kazbek. Qui, però, si entra in un altro mondo. La Bethlemi Hut è un luogo che mostra in modo drammatico il paradosso dell’alpinismo moderno: da un lato la spinta dell’uomo verso le vette più alte, dall’altro il suo lato peggiore. Sporcizia, rifiuti, muri anneriti, ambienti lasciati andare. È il simbolo di quanto, salendo in quota, l’uomo sappia toccare con mano il sublime della natura ma, allo stesso tempo, dimostrare la sua pochezza.

Camminando tra i resti di ciò che dovrebbe essere un rifugio, non ho potuto non pensare a quanto spesso ci manchi rispetto. Salire in montagna non è una conquista se la si sporca, se la si ferisce. È stato un momento di riflessione amara: in un luogo dove la bellezza è assoluta, l’uomo ha lasciato segni che raccontano solo incuria.

Sistemate le cose in una delle baracche di nuova costruzione fuori dall’edificio, davvero impraticabile, abbiamo fatto una breve salita, ognuno al suo passo e a sensazione, per prendere ancora quota e adattarci, preparandoci alla partenza per la cima fissata attorno all’una o alle due di notte.

Andiamo a dormire prestissimo, con un tramonto mozzafiato e delle previsioni del tempo perfette; verso le 11 il vento inizia a soffiare talmente forte da far pensare che avrebbe scaraventato la baracca a valle, scuotendo le pareti con un vento gelido che fa rimpiangere la Bora.

Un cielo serenissimo e la consapevolezza che normalmente il vento cala verso la metà della mattina ci fanno partire in due gruppi, io e Tiziano per primi, per poi ricongiungerci con gli altri all’inizio del ghiacciaio. Sul ghiacciaio saremmo andati avanti in due cordate da tre persone l’una. Io sono salito con Leonardo e Tiziano, e sarò sempre grato a Leo: la sua esperienza ha veramente fatto la differenza. Io probabilmente sarei tornato indietro, avrei atteso che il vento scendesse, la luce del sole e il passaggio di un gruppo per proseguire.

I primi 400 metri di dislivello, su morene e roccia, ci hanno portato all’inizio del ghiacciaio e sono passati velocemente. Il vento era forte ma sopportabile, interrotto solo dal rumore delle rocce che continuavano a scaricare dal pendio alla nostra destra, anche nelle ore più fredde della notte . Tocchiamo la neve e iniziamo a vedere i primi crepacci, coperti da una spolverata che appena li faceva intravedere, oppure si mimetizzavano, traditi solo da una salvifica lingua di neve di colore diverso, quasi a indicare, sotto la luce delle frontali, la posizione della crepa. Qui è iniziata la vera fatica: neve fresca, traccia inesistente, GPS inutilizzabili per le interferenze al confine con la Russia. Superato il primo tratto quasi pianeggiante e pieno di crepacci, salendo, alcune bandierine — rade e talvolta ingannevoli — sono state salvifiche per indicare la via. Ogni passo era uno sforzo per la neve fresca, e un atto di attenzione e di concentrazione. Questi sono stati i momenti in cui la buona stella ci ha protetto, perché effettivamente non erano condizioni ottimali.

Il ghiacciaio presentava due grandi salite, una zona intermedia più dolce e infine l’ultimo muro ripidissimo. Paradossalmente, quest’ultimo tratto è stato il più “facile”: neve compatta, ramponi e piccozza entravano perfettamente, la progressione era sicura. In condizioni diverse, quel muro si trasforma in una lastra di ghiaccio a 45 gradi.

Sotto l’ultimo tratto, sulla sella pianeggiante sotto la cima, ci ha salutato un nostro compagno di salita che ha deciso di scendere. Un amico a quattro zampe. In Georgia è pieno di cani randagi. Ma non sono mai aggressivi: sono amichevoli, dolci, e sembrano vivere in simbiosi con gli uomini. Ci seguono ovunque, e uno di loro ci ha accompagnato fin quasi a 5000 metri, sotto l’ultimo muro del Kazbek.

Cani che vivono all’aperto, tra freddo estremo e scarsità di cibo, nutrendosi di avanzi lasciati dagli alpinisti. Eppure capaci di una vitalità incredibile: giocano, cercano carezze, sanno trasmettere gioia e amore incondizionato. Vederlo correre e saltare nella neve, felice nonostante tutto, è stato forse uno degli insegnamenti più grandi di questa esperienza.

Quanto avremmo da imparare da loro: amare senza condizioni, gioire nelle difficoltà, trovare luce anche dove per molti ci sarebbe solo disperazione. In un certo senso, quel cane è stato la metafora più forte della salita: la semplicità della vita che, nonostante la fatica, prova gioia per il solo fatto di essere viva e libera.

Tutto il ghiacciaio, e in particolare l’ultimo tratto, è stato un continuo combattere con un vento che a volte rendeva anche impossibile parlare. In cima non ci siamo potuti fermare a lungo: raffiche violente che quasi buttavano a terra. Ma il momento è stato comunque unico: il cielo, il panorama, la consapevolezza di essere lì. Arrivato in cima, non volevo neanche fare una foto. Ho guardato la vista e avrei voluto scendere, perché davvero era un misto tra meraviglia e sofferenza per il vento gelido. La discesa, lunga e faticosa, con zaini pesanti, ci ha riportati verso la valle e poi in taxi a Tbilisi.

Questa salita ha riacceso in me la voglia di montagna. Non un alpinismo estremo, non la ricerca di record o di rischi, ma il desiderio di vivere esperienze piene: preparazione, fatica, paura, ma anche stupore e bellezza.

Così voglio vivere anche le mie gare di ultratrail: non solo la sfida, ma il privilegio di fermarsi a guardare, di ascoltare, di vivere intensamente. Ho davanti altre mete: forse l’Elbrus, tornare sul Toubkal e sul Teide, magari il Kilimangiaro. Montagne considerate “facili”, che richiedono poco impegno, ma consentono ancora un approccio con momenti di relax, senza portare il fisico agli estremi.

Vivo con consapevolezza, anche grazie a ciò che la vita mi ha regalato negli ultimi anni, da Bora a Federico, da momenti difficili a equilibri ritrovati: oggi sento di dare più valore a ogni passo. Il tempo ci fa vedere che gli obiettivi sportivi, gli affetti e ciò che si è costruito con il lavoro hanno valore non tanto negli istanti in cui si vivono le esperienze, ma dopo: quando, come in una foto scattata, con il tempo una reazione naturale inizia a delineare i profili dell’istantanea, che a volte appare completamente diversa dall’impressione avuta mentre la si viveva. Quello che resta e resiste è di valore. La salute, il tempo, la famiglia, gli amici veri, gli affetti e la possibilità di emozionarsi davanti a una cima di 5054 metri come ai momenti con i nostri cari non sono mai scontati. Sono un dono